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Lasciami qui, lasciami stare, lasciami così

Correva l’anno 1997 e io vedevo per la prima volta il Consorzio Suonatori Indipendenti in concerto. Non ho granché memoria di quel live, troppo intenta a baciare il ragazzo che frequentavo allora.
Da quella data sono passati anni, fidanzati, lingue e tagli di capelli, solo alcune incrollabili certezze non hanno vacillato sotto le granate del tempo: la fede politica, quella religiosa e Giovanni Lindo Ferretti.
In verità vi dico che se Cristo si è fermato a Eboli, il mio ricordo musicale non si è mai mosso dai CCCP e i CSI. Tutto quello che è venuto dopo, l’ho saltato a pie’ pari.

Quando mia sorella mi dice che Giovanni Lindo Ferretti sarebbe venuto in concerto, all’inizio ho esitato. Mi sembrava di rovinare la memoria dei tempi che furono, quando ero giovane e carica di speranze e durante l’occupazione, al liceo, cantavamo “Punk Islam”. Tornare a sentire un’icona della mia adolescenza, avrebbe assomigliato alle rimpatriate tra compagni di classe, dove si fa la conta di quelli che hanno avuto successo, quelli infelici e le rughe a sostituire i sogni.

Poi la sorella infingarda di cui sopra, mi manda la scaletta del concerto e a quel punto, di fronte alla promessa di “Tomorrow”, non ho potuto rifiutare.

Arriviamo al locale con netto anticipo rispetto all’inizio del concerto e notiamo con piacere che l’età media è quella delle rimpatriate scolastiche. Siamo tutti seduti, qualcuno sbadiglia, l’aria che si respira è quella rilassata di chi non ha più niente da dimostrare.
A questo proposito apro una parentesi, ma la chiudo subito ché abbiamo tutti un’età e la cervicale non reagisce più tanto bene. Quando hai superato abbondantemente gli enta e qualcuno pure gli anta, le serate che iniziano dopo le 21.30 cominciano a diradarsi insieme ai capelli. Prima, alle undici di sera, stavi ancora scegliendo il vestito giusto e se arrivavi in discoteca a mezzanotte eri il perdente della situazione. Più passano gli anni e più l’after viene sostituito dall’aperitivo, i vodka e Red Bull da una bottiglia di vino e il trucco tenuto sul viso per due giorni da un contorno occhi che ha il costo di una rata del mutuo.

Questa premessa è necessaria per capire con quale disagio tutti quelli presenti nel locale iniziano a guardare nervosamente l’orologio quando alle undici meno un quarto il concerto non sembra iniziare, qualcuno fa un timido tentativo di alzarsi in piedi ma la sciatica lo richiama all’ordine e poi, all’improvviso, c’è lui. Giovanni Lindo Ferretti sale sul palco accompagnato dai fidi Luca ed Ezio e il tempo si ferma per lasciar parlare quest’uomo sceso dai monti.

La prima canzone è tratta dall’album “Saga. Il Canto dei Canti ed è un brano che mi aiuta ad ambientarmi con questo live che sembra quasi privato, un passatempo tra pochi amici che vogliono ricordare un tempo che non c’è più. Come capirò in seguito, questa formazione a tre riesce a dare al concerto la direzione che vuole, ora intima, ora scanzonata.
Seguono le tracce classiche dei vecchi album dei CCCP, alcune rivisitate, come nel caso di “Amandoti”, alcune più fedeli alla versione originale come “Oh! Battagliero” e “Curami”. Balliamo felici come se avessimo di nuovo diciassette anni e il cantante emiliano è il nostro pifferaio.

A questa ondata di canzoni disimpegnate senza esserlo, si aggiungono quelle più mature del periodo CSI e il carisma di Giovanni Lindo Ferretti arriva dirompente come un lampo che squarcia l’aria calda di una notte d’estate. Mentre la sua voce recita: “S’alzano i roghi al cielo, s’alzano i roghi in cupe vampe”, il pubblico è ipnotizzato dalla sua capacità di strapparti dal tepore della tua quiete e lasciarti a tremare “come creatura“. L’orrore della guerra è palpabile più di tutte le immagini veicolate dai media ogni giorno. Una cosa la voglio dire su quest’uomo, sa raccontare.
Il brivido continua quando attacca “Del mondo” e sento il mento tremare quando arriva al pezzo “povertà magnanima, mala ventura, concedi compassione ai figli tuoi”, ogni parola è come sabbia bagnata che mi trattiene e mi fa sprofondare.

La serata continua così, tra momenti più leggeri e parentesi intense, tutto sottolineato dal cambio veloce di strumenti dei musicisti, che sono due ma fanno per venti. A concludere questo live ci pensa “Spara Jurij”, tirata come la ricordavamo e con la stessa frenesia la balliamo. E all’improvviso come è arrivato, Giovanni Lindo saluta e se ne va.

Voto al concerto: otto. Ringrazio mia sorella per avermi convinto a rivedere quest’uomo, che, da solo, ha l’energia di una centrale nucleare. Qualsiasi siano le polemiche legate alle sue scelte negli anni, è innegabile il suo carisma. Lui sale sul palco come se fosse capitato lì per caso, canta con le mani in tasca dondolandosi sul posto, ha alle spalle sessant’anni di storie da raccontare e lo fa con una naturalezza che non vuole conferme né chiede consensi. Ci fa sorridere quando ammette che lui, ogni volta che scende dai monti, si chiede perché lo ha fatto e che avrebbe bisogno di un mediatore culturale per rapportarsi con il resto del mondo. Sembra sincero e, cosa ancora più importante, in pace con se stesso. E probabilmente in pace con i suoi demoni.

Il riassunto di questa serata è nelle parole di una donna che chiede a un amico: “Ma sul serio hai pogato?”.
Ciao Lindo, noi ex giovani ti salutiamo.

 

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Il museo vuoto

Quando una bionda lascia che parte dell’anima le venga rosicchiata da un topo di biblioteca, il risultato è una come me. Un po’ Sheldon un po’ Penny, un po’ Paris Hilton un po’ Neil deGrasse Tyson, uno dei piaceri che ho cercato di mantenere nel tempo sono i musei.
All’inizio erano le gite con la scuola, occasione più sociale che culturale. Il giorno della gita non potevi essere interrogato, era l’apice della trasgressione e mamma ti dava i soldi “perché magari vuoi comprare un souvenir”. Che di solito era un panino da McDonald, ma questa è un’altra storia.
Tutte quelle visite, però, devono aver fatto breccia nella cortina ossigenata dei miei capelli, seminando una certa attrazione reciproca tra me e l’arte. Attrazione basata più sull’aspetto fisico che intellettuale.
Io con il mio gusto un po’ rozzo e una sindrome di Stendhal da discount, lei con i suoi modi austeri e a volte un po’ distanti.
Qui entra in gioco l’argomento principale di questo articolo: l'”empty museum” e come mi ci sono ritrovata dentro.

CENNI STORICI

Facciamo un po’ di chiarezza. L'”empty museum”, letteralmente museo vuoto, è un movimento nato da un tale Dave Krugman nel 2013. Dave è un ragazzetto con cui ho avuto il piacere di passare
una settimana in Salento la scorsa estate. Ce l’avete presente quegli hipster riservati che camminano ciondolando con la barba e camicie improbabili? Ecco. Lui è stato il primo a proporre una visita al Metropolitan Museum di New York dopo l’orario di chiusura, invitando alcuni Instagramers. La formula piacque talmente tanto, che venne poi ripetuta a Londra e da lì divenne una consuetudine all’interno di Instagram.
In pratica cosa succede quando si viene invitati a un empty museum. Alcuni Instagramers vengono chiamati per scattare foto e far conoscere all’esterno una realtà già conosciuta come quella museale, ma rendendola in una prospettiva unica. Questo evento, infatti, presenta dei risvolti enormi: il primo tra tutti è l’esclusività. Passeggiare indisturbati per un museo pressoché deserto è emozionante. Le opere vengono vissute in maniera più profonda, non disturbati dal vociare della folla. Questo permette, altresì, di sviluppare maggiore creatività rispetto al modo di scattare. Non c’è fretta nella visita e il silenzio contribuisce alla creazione. Un altro vantaggio, poi, è la promozione della struttura. Là dove, da sempre, il museo è vissuto come un luogo sacro che raramente si concede ai comuni mortali, la formula “empty” permette di avvicinare due realtà apparentemente così distanti. Da un lato il museo si rende più accessibile a tutti, dall’altra il pubblico si sente maggiormente invogliato alla visita. Complici anche le nuove tecnologie e forme di comunicazione, l’arte si avvicina al popolo con una veste più amichevole. So che in molti hanno storto il naso di fronte a questa alleanza, ma d’altronde la sopravvivenza dei musei dipende anche dalla capacità di attrarre il pubblico, ricorrendo a metodi come l’utilizzo dei social e di un linguaggio più “popolare”.

URBINO – PALAZZO DUCALE

Fatto tutto questo preambolo, come già accennato all’inizio, l’attrazione tra me e l’arte ha fatto in modo che io venissi invitata a diversi eventi in ambito “empty”. Dall’Accademia Carrara di Bergamo al Castello del Valentino a Torino, cito solo alcune delle recenti manifestazioni a cui ho partecipato.
Cominciamo dal Palazzo Ducale di Urbino e relativa Galleria Nazionale.
Già la visita a Urbino vale il prezzo del biglietto. Città che si estende su un territorio collinare, vanta il suo centro storico come patrimonio dell’umanità UNESCO. Qui si respira Rinascimento a pieni polmoni e il Palazzo Ducale ne è il simbolo perfetto. Voluto nel XV secolo dal Duca di Urbino, è un edificio maestoso già dal cortile interno fatto di portici ad arco. Nelle sale interne è possibile riconoscere la magnificenza degli ambienti, con soffitti altissimi e grandi camini. Le opere ospitate sono tra le più famose, dalla Flagellazione del Cristo di Piero della Francesca alla Venere di Urbino a opera di Tiziano, motivo principale della nostra visita. Il dipinto, infatti, a distanza di quasi cinque secoli dalla committenza di Guidobaldo II della Rovere, è tornato nella sua città di origine per un breve periodo.
Se non siete stati tra i fortunati che hanno potuto vedere il quadro ospitato fino al 18 dicembre 2016, fate sempre in tempo a visitare il resto della meritevole Galleria Nazionale.
Un consiglio: se avete tempo, fermatevi a dormire all’Urbino Resort, una tenuta che ha riportato in vita le antiche case coloniche di un borgo rurale, per farne una struttura alberghiera nel rispetto dei principi territoriali.

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TERME DI DIOCLEZIANO E MOSTRA DI JEAN ARP

Appena tornata da Urbino, mi aspetta la visita alle Terme di Diocleziano, in occasione della restrospettiva su Jean Arp, maestro francese che ha avuto un ruolo di primo piano nell’ambito delle avanguardie culturali e tra i fondatori del movimento Dada.
Stavolta si gioca in casa e proprio per questo devo subito fare un’ammissione di colpa: se ero mai stata in questo posto, io non ne ho memoria. Essere nata e cresciuta in una città, causa spesso il rimandare la visita di tanti luoghi a un tempo non meglio definito. La chiesa Tal dei Tali? Mai vista, ma tanto sono di Roma, prima o poi ci andrò. E così per tanti altri posti rimasti inosservati, inascoltati.
Prendiamo le Terme di Diocleziano, il più grandioso complesso termale mai costruito nel mondo romano. Ci sarò passata davanti un miliardo di volte quando ero liceale e l’autobus passava di fronte alla struttura. La sua superficie vastissima comprendeva anche Piazza Esedra, che a molti non dirà niente, ma per me ha significato un punto di riferimento importante negli anni. Le manifestazioni quando ancora c’era un sentimento politico partivano da lì. Gli appuntamenti con gli amici venivano dati quasi sempre alla fontana, così facilmente individuabile. Eppure ho perso la possibilità di conoscere meglio la storia, rinviando quel momento a poi, tanto c’è tempo.
L’empty museum, in questo senso, ha dato nuova linfa vitale a luoghi che stavano rischiando di cadere nel dimenticatoio.
Nelle solenni sale del museo si sviluppa la mostra di Jean Arp, in un dialogo continuo tra le forme care al maestro e la classicità del luogo. Volutamente uso la parola dialogo per sottolineare come l’artista francese abbia subito negli anni la fascinazione degli studi antichi, che tornano nelle sue opere. Basta soffermarsi sulla sinuosità delle linee di molte sculture per ritrovarci un richiamo della cultura classica.
Anche questo è un aspetto importante della nuova realtà museale che vuole aprirsi ad altre forme di comunicazione e all’interazione con altri stili artistici.
Parole apparentemente in libertà per darvi un consiglio da amica bionda: niente slip bianchi al mare se non siete David Beckham e riscoprire i piccoli e grandi musei del nostro Paese. Un futuro luminoso poggia sulla conoscenza del passato.

 

MUSEI CAPITOLINI E MERCATI DI TRAIANO

Sempre all’interno della cornice romana, suggerisco una visita ai Musei Capitolini e successivamente ai Mercati di Traiano.
I primi costituiscono il complesso museale pubblico più antico del mondo, la cui fondazione viene fatta risalire al 1471. Al suo interno, tra le tante opere presenti, è da menzionare la statua equestre di Marco Aurelio in bronzo.
I Mercati di Traiano, come suggerisce il nome, era un centro “polifunzionale” composto da magazzini uffici e negozi, al servizio dell’amministrazione imperiale. Fiore all’occhiello di questa struttura è la vista su Roma che offre.
Se poi a furia di ripetere la parola mercato vi viene fame, vi consiglio di fare quattro passi verso il Rione Monti e fermarvi a mangiare da Zia Rosetta.
Io ho preso un panino con la coratella (le interiora di animali da cortile) e uno con la guancia di vitello.
Perché se è vero che l’occhio vuole la sua parte per nutrire lo spirito, lo stomaco vuole tutto il resto.

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